holism in the attic

Se ascolti il brusio di ogni foglia, sentirai la voce dell'intera foresta

Ci sono cascato di nuovo: ho risposto a un post di un'altra persona su Facebook e ne ho sofferto subito gli effetti: aggressione verbale, diverbio, impossibilità di arrivare a un terreno comune di dialogo e mio ritiro nel silenzio a macinare l'ennesimo boccone amaro tremando come una foglia...

Era il 2004 quando Facebook irruppe sulla scena, un brillante nuovo mondo virtuale che prometteva di connettere le persone come mai prima d'ora. Fondata da Mark Zuckerberg, inizialmente come un esclusivo network per studenti di Harvard, si espanse velocemente per diventare un fenomeno globale. Nelle sue fasi iniziali, Facebook era una sorta di piazza virtuale, un luogo dove amici, familiari e conoscenti potevano condividere e interagire in un ambiente apparentemente sicuro e accogliente.

Tuttavia, negli ultimi anni, l'esperienza su Facebook è cambiata drasticamente. Da una piattaforma che celebrava la condivisione e il collegamento, si è trasformata in un labirinto di narcisismo, disinformazione e polarizzazione. La piattaforma che una volta era vista come un modo per mantenere i legami e costruire nuove connessioni, ora sembra essere diventata un campo minato, dove ogni interazione può trasformarsi in una guerra di parole e dove la verità è spesso sacrificata sull'altare degli interessi personali o politici.

Nei prossimi paragrafi condividerò la mia esperienza personale e le osservazioni sulle trasformazioni di Facebook. Rifletterò su come la mia interazione con la piattaforma sia cambiata, passando dalla semplicità e genuinità iniziali a un ambiente dominato da pubblicità invadente, disinformazione diffusa, echi ideologici e un marcato aumento di comportamenti narcisistici e prevaricatori. Questa è la storia del mio viaggio attraverso l'evoluzione di Facebook e dell'impatto che ha avuto sulla mia percezione del mondo digitale e sociale.

L'alba di Facebook: la promessa di connessione globale

Ricordo ancora l'entusiasmo nei primi mesi di uso di Facebook. La missione dichiarata era audace e semplice allo stesso tempo: collegare il mondo. E, all'inizio, sembrava proprio che Facebook stesse realizzando questa promessa. Era un luogo dove potevo ritrovare vecchi amici, condividere momenti di vita e sentirsi parte di una comunità globale.

In quei giorni, Facebook sembrava più un'estensione della mia vita sociale reale piuttosto che un sostituto. Le interazioni erano più autentiche. Potevo condividere foto delle mie vacanze, commentare gli aggiornamenti di stato degli amici, e ci si sentiva genuinamente connessi. C'era un senso di novità e di entusiasmo nell'aria: ogni giorno, nuove persone si univano, e il mondo sembrava un po' più piccolo, un po' più amichevole.

Questo periodo iniziale di Facebook era caratterizzato da una sensazione di scoperta e di costruzione collettiva. Non solo stavamo esplorando un nuovo territorio digitale, ma lo stavamo anche plasmando con le nostre interazioni. C'era un senso di proprietà e partecipazione che trascendeva la semplice presenza online. Eravamo parte di qualcosa che sembrava realmente avere il potere di cambiare il mondo, unendo le persone al di là delle barriere geografiche e culturali.

Ma, come spesso accade con le grandi promesse, ci fu un rovescio della medaglia. La piattaforma che una volta sembrava essere un'utopia digitale, iniziò a mostrare i primi segni di quello che sarebbe diventato il suo lato oscuro.

L'inizio del cambiamento: enshittification e l'invasione pubblicitaria

Poi, quasi senza che me ne accorgessi, iniziò il cambiamento. Ho cominciato a notare un aumento progressivo della pubblicità. Ogni volta che aprivo Facebook, mi trovavo di fronte a un mare di annunci, mirati con una precisione inquietante. Era chiaro: la piattaforma che una volta sembrava concentrarsi sul connettere le persone, ora aveva spostato la sua attenzione verso il profitto.

Questo è ciò che Cory Doctorow definisce enshittification. Un termine che cattura perfettamente la trasformazione graduale da una piattaforma incentrata sull'utente a un ecosistema dominato dagli interessi commerciali. E non era solo la pubblicità. Gli algoritmi di Facebook iniziarono a cambiare, influenzando ciò che vedevo nel mio feed. Non erano più gli aggiornamenti degli amici o le storie che mi interessavano di più; invece, erano i post che generavano più interazioni, spesso quelli più controversi o divisivi.

Ogni volta che mi connettevo, mi venivano mostrati contenuti che spingevano alla reazione più che alla riflessione. Le discussioni autentiche e significative erano sempre più rare, soppiantate da post progettati per catturare l'attenzione e generare click. Era come se la qualità dell'interazione fosse stata sacrificata sull'altare degli interessi pubblicitari.

La sottile linea tra contenuto genuino e contenuto sponsorizzato divenne sempre più sfumata. Gli annunci non erano solo invadenti; erano mascherati da post normali, rendendo difficile distinguere tra ciò che era reale e ciò che era promozionale. Questa invasione pubblicitaria trasformò la mia esperienza su Facebook da un piacevole ritrovo sociale a un incessante bombardamento commerciale.

In questo contesto, Facebook perse il suo senso di comunità e di connessione autentica. Non era più il luogo dove condividere momenti di vita; era diventato un mercato dove l'attenzione dell'utente era la principale merce di scambio.

L'era della disinformazione: inizia la diffusione di notizie false e ingigantite

Man mano che la disinformazione si insinuava in Facebook, mi sono reso conto di un'altra significativa trasformazione: la morte degli RSS feed. Un tempo, gli RSS feed erano uno strumento essenziale per restare informati. Potevo abbonarmi alle mie fonti di notizie preferite, ricevendo aggiornamenti in modo cronologico e diretto, senza filtri o modifiche. Era un modo trasparente e controllabile per rimanere aggiornato.

La situazione cambiò radicalmente con Facebook. Gli algoritmi della piattaforma, che controllano il feed in maniera non trasparente, hanno preso il posto dei RSS feed. Questi algoritmi, che rimangono in gran parte un mistero per gli utenti comuni, decidono cosa vediamo e in quale ordine. La natura cronologica e non filtrata degli RSS feed si è persa, sostituita da un sistema che privilegia ciò che è ritenuto più “coinvolgente” – spesso a discapito della veridicità e della rilevanza.

Questa transizione da un consumo di notizie controllato dall'utente a uno gestito da algoritmi opachi ha avuto un impatto notevole. I contenuti che mi venivano mostrati non erano più scelti sulla base dei miei interessi genuini o della loro importanza oggettiva, ma piuttosto su ciò che era più probabile che tenesse me (e gli altri utenti) agganciati alla piattaforma. E, come ho rapidamente scoperto, ciò che è “coinvolgente” non è sempre ciò che è vero o importante.

Questa realtà si è rivelata un terreno fertile per la disinformazione. Storie false e sensazionalistiche si diffondevano con una velocità allarmante, spesso superando in popolarità le notizie accurate e ben ricercate. Ho visto come queste storie fossero in grado di polarizzare le conversazioni, alimentare teorie del complotto e persino influenzare le elezioni. L'effetto complessivo era preoccupante: una distorsione della realtà, dove la verità diventava sempre più sfuggente.

Riflettendo su questo, ho iniziato a rimpiangere i giorni degli RSS feed, quando avevo un controllo più diretto e trasparente sulle informazioni che consumavo. La natura non trasparente e manipolatrice degli algoritmi di Facebook aveva creato un ambiente in cui la disinformazione non solo prosperava, ma era anche incentivata. Questo aveva trasformato la mia esperienza su Facebook in qualcosa di molto diverso da quello che era un tempo, minando la mia fiducia nella piattaforma come fonte di informazione affidabile.

La Camera dell'eco: polarizzazione e rafforzamento delle bolle ideologiche

Nel mezzo di questo mare di disinformazione, un altro fenomeno ha iniziato a emergere, altrettanto insidioso: la Camera dell'eco. Gli algoritmi di Facebook, progettati per mostrare contenuti che ritenessero più interessanti o coinvolgenti per me, hanno finito per rinchiudermi in una bolla ideologica. Non mi rendevo conto, all'inizio, ma stavo vedendo sempre più post che si allineavano alle mie convinzioni preesistenti, mentre le opinioni divergenti o le sfide intellettuali erano rare.

Questa creazione di bolle ideologiche su Facebook ha avuto un impatto significativo sulla polarizzazione. Ho iniziato a notare come i miei amici e conoscenti si raggruppavano in campi opposti, con poco spazio per un dialogo vero. Ogni questione, grande o piccola, diventava un campo di battaglia, con le persone sempre più radicate nelle proprie posizioni. Il terreno comune, che una volta era il fondamento della conversazione su Facebook, sembrava essere scomparso.

Un esempio chiaro di questo fenomeno l'ho vissuto durante le elezioni politiche. I feed di notizie erano saturi di post che rafforzavano un certo punto di vista, ignorando o sminuendo qualsiasi prospettiva alternativa. Questo non solo ha intensificato la polarizzazione, ma ha anche limitato la possibilità di conversazioni costruttive. Il disaccordo non era più visto come una parte naturale del dialogo, ma come un attacco personale, con pochissima tolleranza per le opinioni diverse.

La camera dell'eco su Facebook aveva creato un ambiente in cui era difficile esplorare idee nuove o differenti. Il dialogo, che una volta era nutritivo e arricchente, era diventato un'eco di voci simili, un coro che ripeteva lo stesso ritornello senza sfida o contestazione. Ero diventato parte di un sistema che non solo limitava la mia esposizione a idee diverse, ma rinforzava attivamente le mie credenze preesistenti, contribuendo a una visione del mondo sempre più polarizzata e meno capace di comprendere la complessità.

Narcisismo e prevaricazione: la nuova norma nelle interazioni

Un altro aspetto del deterioramento di Facebook ha iniziato a diventare sempre più evidente: il crescere del narcisismo e della prevaricazione nelle interazioni. Ho notato un cambiamento drastico nel tono e nella natura delle conversazioni. Non erano più scambi genuini o condivisioni di esperienze di vita; invece, sembravano trasformarsi in vetrine per l'autopromozione e lo scontro.

Le conversazioni su Facebook sono diventate sempre più incentrate sul sé. I post che ricevevano più attenzione erano quelli che esaltavano il successo personale, spesso esagerati o addirittura fabbricati. Era come se l'obiettivo principale fosse diventato quello di presentare una versione idealizzata di sé stessi al mondo. Questo ha portato a un'atmosfera in cui l'autenticità era sacrificata sull'altare della percezione pubblica.

Ho anche osservato un aumento degli atteggiamenti prevaricatori. I commenti sotto i post erano spesso pieni di sarcasmo, derisione e, a volte, aggressività aperta. Capitava sempre più spesso su temi di attualità. Invece di un dialogo costruttivo, si trasformavano rapidamente in uno scambio di insulti e affermazioni iperboliche, dove l'obiettivo sembrava essere quello di schiacciare l'altro piuttosto che comprendere diversi punti di vista.

Facebook, in questo contesto, sembrava non solo ospitare ma anche incoraggiare tali comportamenti. Gli algoritmi favorivano i post che generavano più interazioni, indipendentemente dalla loro natura. Ciò significava che i post più polarizzanti, provocatori o autocelebrativi avevano maggiori probabilità di apparire nei feed. La piattaforma, che un tempo era uno spazio per la condivisione e la comprensione reciproca, era diventata un palcoscenico per l'esibizionismo narcisistico e la lotta per la supremazia verbale.

La qualità delle conversazioni aveva subito un netto declino, lasciando poco spazio per scambi autentici e costruttivi.

Violentare il dialogo: l'ascesa del cyberbullismo e della violenza verbale

I commenti sprezzanti e offensivi sono diventati sempre più comuni. Invece di discussioni costruttive, molti post ora si trasformano in campi di battaglia verbali. Io stesso, mio malgrado, ne sono stato vittima e carnefice: i toni sempre più alti e sgradevoli mantengono tutti i partecipanti sulla difensiva e basta pochissimo per far degenerare la conversazione in una battaglia di attacchi personali anziché uno scambio di opinioni.

Queste dinamiche non solo hanno avvelenato l'atmosfera su Facebook, ma hanno anche avuto un impatto significativo sulla salute mentale degli utenti. Io stesso lasciato la piattaforma per un paio di mesi questa estate dopo un episodio spiacevole di scontro o al mio ritorno ho drasticamente ridotto il suo utilizzo.

Questo ambiente tossico ha anche scoraggiato molti utenti dal partecipare a discussioni online. La paura di essere il prossimo bersaglio del cyberbullismo ha creato un'atmosfera di timore e di silenzio. La piattaforma che una volta incoraggiava l'apertura e l'espressione di sé ora sembrava dissuadere le persone dal condividere le loro opinioni, specialmente su argomenti controversi.

L'escalation del cyberbullismo e violenza verbale su Facebook è stata un campanello d'allarme su come la comunicazione online può degenerare. Ha messo in luce la necessità di un ambiente online più sicuro e rispettoso, dove le persone possano esprimersi senza timore di aggressioni verbali o molestie. La triste realtà è che Facebook è diventato un terreno ostile per molti dei suoi utenti, appannaggio a chi si mostra di più o urla più forte.

Verso un futuro decentrato: l'alternativa del Fediverso

Non ho mai frequentato assiduamente né Twitter (ora X) né Instagram (almeno dopo il suo passaggio da piattaforma di condivisione di “fotografi” a quello di social generico), ma generalmente le impressioni che vedo riportate non si discostano molto dalle mie su Facebook.

Non è un mistero che ormai sostengo pubblicamente con forza la necessità di trovare il proprio spazio online su reti decentrate e in questo momento il Fediverso è quello che promette di più.

Guardando indietro al percorso di Facebook, è difficile immaginare che possa fare marcia indietro e tornare a quelle origini più innocenti e focalizzate sulla comunità. Il modello di business che si è sviluppato, basato sulla raccolta di dati e sulla pubblicità mirata, sembra ormai troppo radicato per permettere un vero cambiamento.

In questo scenario, il concetto di social media decentralizzati emerge come una boccata d'aria fresca. Il Fediverso, una rete di server indipendenti che comunicano tra loro, offre un'esperienza social simile ma con una differenza fondamentale: il controllo è nelle mani degli utenti, non di un'entità centrale. Ogni server, o “istanza”, del Fediverso ha le sue regole e le sue politiche, permettendo una maggiore personalizzazione e un'esperienza più intima e sicura.

I vantaggi del Fediverso sono evidenti: maggiore privacy, minor esposizione a logiche commerciali e algoritmi invasivi, e la possibilità di far parte di comunità più piccole e gestite in modo più etico e trasparente. Questo ambiente consente un ritorno a un'interazione più autentica e significativa, dove la qualità prevale sulla quantità.

Invito quindi gli utenti delusi e frustrati dalle dinamiche tossiche di Facebook e di altre piattaforme centralizzate a considerare il Fediverso come una valida alternativa. Non è solo una questione di fuggire dai problemi di Facebook, ma di abbracciare un modello di social media che promuove la salute mentale, il rispetto reciproco e la condivisione autentica.

Il Fediverso non rappresenta solo un'alternativa alle difficoltà incontrate su Facebook, ma segna anche un passo decisivo verso un modello di social media più sano e rispettoso. È una scelta proattiva che riflette un impegno per la qualità delle interazioni online, il rispetto della privacy e una comunità più autentica e responsabile.

Trovo fondamentale supportare e adottare piattaforme che mettano al primo posto il benessere e l'integrità dei loro utenti.


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A gennaio 2022 sono diventato papà, alle soglie dei miei 38 anni. Sono un genitore “vecchio”. Sul perché abbiamo aspettato di essere così “maturi” per avere figli si inserisce un complesso discorso di possibilità economiche, aspettative di carriera e preparazione alla genitorialità. E non è il punto di questa riflessione, quindi potrei riprenderla più avanti.

L'egoismo di procreare in un mondo al collasso

Quello che intendo con “vecchio” non è solo la differenza di età e inevitabilmente generazionale tra noi e nostra figlia, quanto un problema culturale. Mia moglie ed io siamo figli del ventesimo secolo, inutile girarci intorno. Siamo cresciuti e siamo stati formati in un'epoca diversa e meno accelerata di quella contemporanea, con valori diversi (e non necessariamente migliori).

Siamo due persone colte e intelligenti, che amano mettersi in discussione e crescere (soprattutto insieme, se possibile). Quindi è naturale che molte convinzioni con cui siamo cresciuti siano state scardinate dall'esperienza e dal confronto con le varie realtà di questo mondo multiforme.

A dirla veramente tutta, lo confesso candidamente, io ho a lungo rimuginato se voler essere padre. Per primo per questioni pragmatiche ed egoistiche: “Come cresceremo della prole con le vite che facciamo? Siamo due consulenti informatici in un mondo lavorativo folle, facciamo degli orari assurdi... dove la lasceremo? Chi la crescerà? Non voglio essere un papà di 'carta', che senso ha così?”. Per secondo, una considerazione di ordine filosofico/esistenziale: “Questo mondo va verso il collasso ecologico. C'è rabbia e violenza in ogni dove. In che mondo voglio far nascere dei figli? Che diritto ho di far nascere delle creature in un mondo simile e lasciar loro affrontare un'epoca così buia?”.

Ovviamente la prima si è risolta parzialmente con una congiuntura globale favorevole (pandemia/lavoro remoto) e con la volontà (ricalibrazione degli impegni, ricerca di mansioni più adattabili).

La seconda mi preme ancora e mi duole nel petto. Procreare è un atto profondamente egoista. Facciamo figli per noi, non certo per loro. Una volta messi al mondo ne abbiamo la totale responsabilità, sia di accudirli che di crescerli (e distinguo i due atti apposta).

Quindi, come dicevo, sono diventato papà di un'allegra, caparbia e stupenda bambina che ha compiuto da poco due anni. E mi si sono accese in testa molte lampadine, ho dovuto mettere in discussione molti miei preconcetti e convinzioni. Soprattutto, ho dovuto scendere a patti che non ero quell'essere umano “illuminato” che credevo di essere.

Cercherò di eviscerare un po' di considerazioni.

L'educazione di uno xennial

Anagraficamente non sono xennial per un anno, ma culturalmente lo sono parecchio. I miei genitori sono boomer nel senso anagrafico del termine, nati alla fine degli anni '40. Mio fratello maggiore è nato all'inizio degli anni '70.

Sono cresciuto in una famiglia di adulti, con valori e convinzioni di metà Novecento.

Voglio essere chiaro: ci sono stati trasmessi i valori di parità tra i sessi, corresponsabilità di gestire/crescere una famiglia e in generale valori molto progressisti sia a livello sociale che politico.

Ma guardiamo il mio modello famigliare. Sottolineerò volutamente il negativo, non pensiate che non ci fossero lati positivi, ma non sono cogenti per questa riflessione:

  1. papà lavoratore (e in un certo senso carrierista)
    • giacca e cravatta anche in pieno agosto
    • “cosa sono quei capelli lunghi”, quando a diciotto anni decisi di farmeli crescere fino alle natiche
    • “però potresti metterti la cravatta per l'X evento, no?”
    • sfottò e umiliazione quando non ti dimostri all'altezza del suo “altissimo sapere” (espressione mia, in realtà poi molto limitato)
  2. mamma casalinga (per convinzione, ma non cambia la sostanza):
    • gestione della casa e dell'economia domestica (che termine orribile)
    • pasti pronti a qualsiasi ora
    • accudimento dei figli, compresa la gestione delle loro attività curriculari ed extra
  3. fratello maggiore di 12 anni:
    • cresciuto rigidamente con esempi educativi già vecchi di trent'anni
    • severo, sempre pronto alla critica, un “secondo papà”
    • sfottò e umiliazione quando non ti dimostri all'altezza del suo “altissimo sapere” (espressione mia, in realtà poi molto limitato)

Non fraintendetemi, vi prego. Sono cresciuto felice in una famiglia amorevole. Ma qui il mio scopo è sottolineare come certi schemi vengono interiorizzati senza neanche che ce ne rendiamo conto...

Il ruolo di “uomo” che mi è stato insegnato

L'uomo “cavaliere” che è galante, paga il conto del ristorante, apre la portiera dell'auto, etc. etc. Ma anche che è “maschio”, si prende cura della propria compagna (come se fosse inetta a farlo, anche se questo è un non-detto), non mostra la propria debolezza emotiva o la propria ignoranza.

Non mi è mai stato detto “non fare la femminuccia” (se non dai miei nonni, ci torno), ma io la pressione di non essere troppo emotivo l'ho sempre sentita, se non da pressioni endogene alla famiglia almeno senz'altro da quelle culturali della società.

Sulla questione “ignoranza”, io non so se è una qualche mal risposta insicurezza tramandata di generazione in generazione ma lo schema familiare qui è: se è qualcosa di cultura generale che dovresti sapere al tuo livello di istruzione e non lo sai vieni prima interrogato di terzo grado, poi quando mostri il fianco vieni deriso perché non lo sai. Ho impiegato tantissimo a ripulirmi da questo schema e ahimè, ogni tanto ci casco ancora.

Un aneddoto sui nonni. Anche qui vorrei essere chiaro, li ricordo con tanto affetto, erano delle belle persone, ma nate e cresciute con valori Ottocenteschi. Quando avevo circa sei anni mi affezionai a un bambolotto che conservava la nonna paterna. Non avendo cuore di separarmene me lo regalò.

Poi quell'estate andammo a trovare gli altri nonni, i genitori di mamma. Appena videro quanto ero inseparabile da una bambola... orrore! “I maschietti non giocano con le bambole” e tutta la tiritera. Cosa provarono a offrirmi in cambio? Quell'orribile “coso” che fu la mascotte di Italia '90. Vedete, qui lo schema era chiaro: il maschietto gioca e si interessa di sport, soprattutto calcio (mai fregato nulla a me di quello sport), non gioca con le bambole... oh, guarda che tuo nonno andava a caccia nei boschi e ha combattuto come partigiano, vedi cosa fa un maschio?

Essere padre di una bimba nel 2024

Da quando è nata mia figlia alcune mie paure sono diventate molto concrete. Prima erano metafisiche, un po' astratte. Ma ogni giorno il notiziario ci ricorda quanto questa cultura in cui siamo immersi è inadatta a crescere delle giovani donne. E non mi riferisco solo al fronte dei femminicidi (che sarebbe già di per sé allarmante), ma di tutta la sequenza di fatti e dati che ci sbattono in faccia, dall'occupazione femminile, alle discriminazioni, alla differenza salariale, etc.

Io ho sempre vissuto in una bolla felice in cui mia moglie e io siamo completamente alla pari dentro casa e fuori lei è addirittura più “realizzata” di me (che termine orribile), a livello salariale e di mansioni.

Per questo, il confronto con la dura realtà “là fuori” ci ha messo in ansia sin dalla nascita di nostra figlia. Ansia per lei ovviamente. Ma non solo. E non sto parlando solo dei TG e delle notizie (a volte costruite allarmisticamente a bella posta).

Parlo dei ruoli supposti che dovremmo coprire nella nostra società e con cui non eravamo pronti a fare i conti:

  1. Io papà, con un congedo ridicolo di 10 giorni, tante pacche e sorrisi e un bel “allora quando mi consegni l'X scadenza di progetto?”. Senza tenere conto che non solo hai una creaturina da accudire, con tutto ciò che comporta in termini di impegno e stanchezza, ma anche una compagna che ha subito un cambiamento fisico devastante con un mare di ormoni ed emozioni che le circolano in corpo. E che non puoi capire del tutto, anche se lo vuoi. E questo ti porta ad altra frustrazione.
  2. Lei mamma, assoggettata a tutti i preconcetti sul ruolo di madre, annientata emotivamente dalla violenza ostetrica (non se ne parla abbastanza, forse ci tornerò altrove), che si sente inadeguata e fragile, con una ferita (parto cesareo) da far guarire e una creaturina che dipende da lei per il sostentamento ma che rifiuta il seno. E gli altri che la giudicano per “incapacità” sia di sostentare che di affrontare tutta questa tempesta con assertività e forza emotiva.

Fallimenti personali

Come dicevo, io ho sempre pensato di essere “avanti”. Progressista, aperto allo scambio, al mettermi in discussione, all'imparare e correggermi. Dedito agli studi e alle pratiche filosofiche concrete (taoismo, stoicismo, yoga). Cosmopolita. Non oso dire femminista, ma sì nella sostanza.

Solo che io sono nato e cresciuto non solo in una cultura patriarcale, ma anche in una famiglia “vecchio stampo” con valori e codici di comportamento di un altro secolo. Ed è facilissimo ricadere nelle abitudini interiorizzate:

  • a urlare “basta, stai zitta” in un momento di ira alla mia compagna perché ti ha messo di fronte la cruda la realtà delle tue mancanze;
  • a sgridare mia figlia su dei comportamenti del tutto ininfluenti nell'economia della sua crescita, solo perché ti hanno insegnato che “non si fa”, ma che se ci ragioni ti chiedi poi perché;
  • all'estraniarsi dal caos familiare nello smartphone o nel PC, come se fosse il quotidiano-lenzuolo dietro cui si mascherava mio padre allo stesso modo.

Rompere il cerchio

Sto cercando di “rompere il cerchio”, sia rendendomi consapevole di tutti questi piccoli gesti che sono miei solo perché appresi, ma in conflitto con il mio essere, che tentando strade diverse nell'accompagnare mia figlia all'età adulta:

  • “Non si dice 'brava' altrimenti si monta la testa” –> sti cazzi, glielo dico eccome quando serve.
  • “I figli di baciano solo di notte, non lo sai?” –> sti cazzi di nuovo, deve sentire il nostro affetto sia emotivo che fisico.
  • “Ah, io ho fatto dormire mia figlia subito nella sua stanza e piangendo ha acquisito sicurezza!” –> talmente tanta sicurezza che ora adolescente ti odia e pratica l'autolesionismo. Non era meglio darle la giusta sicurezza quando ne aveva bisogno?
  • “Gli esseri umani non cambiano” –> riferito alla possibilità di dare acqua ai piccoli di sei mesi. Cosa dimostrata falsa. E anche se non lo fosse, non fa mai male aggiornarsi e scrollare le convinzioni per sentito dire.
  • “Ma come non glielo dai il biscottino nel latte?” –> No, sono zuccheri inutili e non danno sostentamento. Di nuovo, il fatto che l'hai fatto per abitudine e marketing, non vuol dire che vada ancora fatto.

E potrei continuare, ma uscirei dal seminato.

Ma l'intelligenza emotiva?

Io credo che quello che manchi davvero nel modo in cui formiamo la nostra prole è l'educazione non nozionistica, non sentimentale (che è solo una componente), ma all'educazione emotiva. Stiamo crescendo, tutti noi come società, tutti dei piccoli sociopatici incapaci non solo di relazionarsi ma di provare empatia.

Qui non posso che dire: fate un lavoro doloroso, lungo, continuo e senza fine di consapevolezza di voi stessi. Non date per scontato quello che avete imparato e interiorizzato sulle aspettative su di voi e sui ruoli che dovete ricoprire. Lo dico nel modo più umile possibile, senza salire sul piedistallo. Io fallisco e ci riprovo ogni giorno. Non si guarisce se non c'è l'intenzione.

E trasmettete questo valore ai vostri figli. Quello dell'apprendimento continuo, dell'ascolto e dell'empatia. Del vivere insieme agli altri in modo non-giudicante. E se chiedono “perché il prato è verde?” non rispondetegli “e perché di che colore dovrebbe essere?” per mascherare la vostra stessa ignoranza. “Non lo so, scopriamolo insieme” è una risposta del tutto accettabile, sapete?


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Ursula K. Le Guin Copyright © by Marian Wood Kolisch

Disclaimer: questo articolo ha più di 10 anni, risale al 22 settembre 2013. Un giorno lo riscriverò completamente alla luce delle mie letture successive e attuali della grande scrittrice statunitense. Ma per ora per me è ancora lo “stato dell'arte”

A cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 del XX secolo si è molto parlato nei dibattiti tra appassionati e critici di genere della distinzione tra fantascienza tecnologica e sociologica, o meglio tra hard e soft science fiction. Dibattito poi ulteriormente ingigantito nel momento in cui si venne a creare quella netta cesura tra fantascienza e fantasy, non tanto dei generi, quanto più di etichetta da apporre allo scrittore, come se l’una escludesse l’altra.

Chiamata a rispondere sull’argomento Ursula K. Le Guin si dimostra pratica: “Qualche scrittore di fantascienza ha deciso un po’ di tempo fa che la sola fantascienza poteva essere basata sulla cosidetta scienza dura [...] questi tizi trovano le storie basate sulle scienze sociali una forma degradata e molliccia del genere.[...] Quindi ok. Se qualcuno vuole costuire un ghetto all’interno del ghetto e vivere lì, per me va bene.(fonte)

La signora Le Guin centra con acume il punto: certe divisioni creano settarismo, non rendono giustizia al genere, soprattutto nel caso in cui si vada a considerare la narrativa di questa grande scrittrice, in cui il punto non è la tecnologia o la sociologia (tanto più che le tratta entrambe), ma piuttosto il messaggio. Siamo di fronte insomma a uno di quei rari autori di genere che travalica i confini dello stesso e che assurge a letteratura tout court.

Questo è particolarmente vero per Ursula Kroeber Le Guin, giacché lei stessa ammette che “molto di ciò che scrivo non è per nulla fantascienza” e infatti ella non nasce come scrittrice di fantascienza e diventa professionista relativamente tardi, dopo una lunga parentesi a seguito del tentativo fallito di vendere un racconto di fantascienza alla storica Astounding di John W. Campbell, all’età di 12 anni. Arriva al successo a trent’anni compiuti:

“Avevo continuato a scrivere poesia e narrativa fin da quando mio fratello Ted, stanco di avere intorno una sorella analfabeta di cinque anni, mi aveva insegnato a leggere. Verso i vent'anni cominciai a mandare i miei scritti agli editori. Qualche poesia venne pubblicata, ma non presi l'abitudine di inviare sistematicamente opere narrative se non quando arrivai alla trentina. E continuavano sistematicamente a tornare indietro [...] A dodici anni ero ben contenta di un'autentica lettera stampata di rifiuto; ma a trentadue fui ben contenta di ricevere un assegno.” (dall'introduzione ad “Aprile a Parigi” in “I dodici punti cardinali”, Nord)

A questo punto Ursula K. Le Guin sì concentra su tre filoni narrativi principali. Il primo in ordine cronologico di ideazione sono i racconti orsiniani, una specie di narrativo storico-fantastica, ambientata in un paese immaginario, Orsinia, nell’Europa del XVIII secolo. Gli altri due filoni ben noti al pubblico italiano sono Earthsea, una trilogia di genere fantasy e il Ciclo hainita (noto anche come Ciclo dell’Ecumene, ma trovo più corretta la definizione proposta nel testo, per i motivi che vado a esplicitare sotto), un’ambientazione fantascientifica.

Il backgroud del ciclo (e non saga, giacché sebbene sussista un filo conduttore, le storie che lo compongono sono indipendenti tra loro) presuppone che una potente quanto antica civiltà umana risieda sul pianeta Hain e che nel corso dei millenni abbia fondato e poi abbandonato, per motivi mai esplicitati, numerose colonie su pianeti in cui la vita umana è sostenibile. La Terra in questo sfondo è una di esse. Per stessa ammissione dell’autrice, questa idea è assurda e richiede una certa dose di sospensione dell’incredulità per essere apprezzata, giacché la storia antropologica del nostro pianeta ci è ben nota. Questa impostazione tuttavia permette all’autrice di giustificare la presenza umana su numerosi pianeti e anche le possibili permutazioni dovute all’adattamento umano a vari ambienti alieni. Con la gustosa conseguenza, a livello narrativo, di poter trattare l’interazione tra popolazioni diverse, culturalmente e biologicamente, che è uno dei temi principali dell’intero ciclo.

Anche se non è lo scopo primario della Le Guin, da tutto questo emerge un quadro piuttosto grandioso, quasi da space opera, tanto che le viene detto: “per il Ciclo hainita ha inventato più di 80 mondi abitati differenti, ciascuno con la sua cultura e biologia”, alché ella risponde candidamente: “No, no, ti ringrazio per averlo detto, ma se l’avessi fatto davvero, mi ammirerei tremendamente. [...] Quello che ho fatto è stato dare l’illusione dell’esistere di tutti quei mondi differenti. Questa si chiama arte, o narrativa, o qualcosa del genere. La regola è: inventa solo ciò che ti serve. Ed è sostanzialmente quello che è di fronte agli occhi del lettore.” (fonte)

A questo punto è chiaro che tutto il castello costruito attorno a Hain è un mero pretesto, un terreno di gioco sulla quale l’autrice imbastisce la sua narrativa.

Il filo conduttore delle opere di Ursula K. Le Guin è il taoismo, o più specificamente la dottrina del wu-wei. Questo è particolarmente evidente nel romanzo terrestre“La falce dei cieli” (il titolo stesso è una citazione tratta da un’errata traduzione del classico taoista Zhuangzi.), esplicitamente un romanzo taoista (fonte), in cui il protagonista George Orr ha la capacità di rimodellare il mondo attraverso i suoi sogni. Manipolato tramite suggestione ipnotica da uno psicologo che, pur con le migliori intenzioni, risulta mosso da istanze autoritarie e dispotiche, finirà per pasticciare con la realtà, fino a renderla assurda. Il romanzo, che cita spesso lo Zhuangzi in apertura dei capitoli, ha un forte debito con la narrativa di P.K. Dick, soprattutto nel rapporto tra sogno e realtà, ma è in realtà un testo il cui messaggio implicito è quello de wu-wei. Comunemente tradotto come “non-agire”, il wu-wei è concettualmente esprimibile con la locuzione: “se non sai cosa fare, non farlo”. Più che uno sprone all’inazione, è un monito all’agire consapevole.

Anche nel Ciclo hainita si riconosce il filo conduttore della filosofia taoista, in un crescendo che di libro in libro si rende sempre più esplicito. La stessa Le Guin suggerisce di leggere i primi tre libri in ordine (fonte): “Il mondo di Rocannon”, “Il pianeta dell’esilio” e “Città delle illusioni”. Mentre il primo è quasi una fantasia avventurosa, debitrice della science fantasy burroughsiana e di fatto è un planetary romance in tutto e per tutto, già nel secondo si inizia a trattare il tema della dualità, come le parti sinergiche del tutto.

“Il pianeta dell’esilio” è ambientato sul mondo di Werel, dove la colonia terrestre è rimasta isolata dopo la caduta della Lega dei Mondi, costituita da Hain, in seguito all’invasione di un popolo alieno capace di mentire nel linguaggio mentale. Insinuatisi nei gangli della Lega, gli Shing provocano il crollo della civiltà interstellare e si insediano sulla Terra.

I terrestri di Werel, chiamati dagli indigeni alterrani, vivono una profonda crisi: il nuovo ambiente nei secoli di isolamento, ha provocato la progressiva sterilità dei coloni, che sono sull’orlo dell’estinzione, su un mondo dove un anno dura 60 di quelli terresti e di conseguenza le stagioni sono ugualmente dilatate. Per contro gli indigeni di Werel, dai caratteristici occhi di gatto, sono ben adattati al clima, ma tecnologicamente arretrati all’età del bronzo. Nel fronteggiare un nemico comune, i due popoli infine diventano uno e fondano una grande civiltà.

I riferimenti taoisti diventano assolutamente espliciti in “Città delle illusioni”, ambientato sulla Terra dodici secolo dopo l’inizio del dominio Shing. Uno straniero immemore, dagli occhi di gatto, viene accolto in una piccola comunità agricola. I terrestri infatti si sono ridotti a comunità disperse e degradate, spesso incivili, mentre gli Shing governano dall’unica città di Es Toch.

Il canone che viene appunto insegnato allo straniero non è altri che il Tao Te Ching. E cruciale nella trama saranno i primi versi del classico taoista:

La Via detta via non è la vera Via Il Nome detto nome non è il vero Nome

( Traduzione di UKL, che ha personalmente curato una versione del Tao Te Ching)

Non è difficile capire che lo straniero altri non sia che un discendente degli alterrani e che gli eventi de “Il pianeta dell’esilio” hanno condotto alla fondazione di una civiltà in grado di viaggiare tra le stelle e con la missione di rifondare la Lega dei Mondi, a partire dalla Terra.

Sarà, tuttavia, il periodo trascorso in amnesia e gli insegnamenti ricevuti a rendere il protagonista in grado di vedere oltre gli inganni degli Shing e quindi a permettere la rifondazione della civiltà galattica.

Il tema del wu-wei e della dualità si ritrovano anche nella trilogia fantasy di Earthsea. Qui è il giovane mago Ged, che peccando di arroganza e usando a sproposito la sua magia, causerà il nascere di un’ombra che inizia a perseguitarlo. Solo quando accetterà l’ombra come parte di sé e si unirà ad essa diventerà un essere completo, il più grande mago di Earthasea, destinato a imprese che porteranno a un’altra riunione mistica: quella tra uomini e draghi.

E di nuovo, tornando al Ciclo Hainita, in “La mano sinistra delle tenebre”. In questo romanzo finalmente si sente citare l’Ecumene, il protagonista è un suo inviato sul pianeta Gethen. Dopo la caduta degli Shing, gli oltre 80 mondi della Lega si sono ricostituiti in questa benevola federazione, con il centro nevralgico in Hain, dove vengono istruiti gli inviati, pronti a prendere contatto con ulteriori ritrovate colonie hainite. Nel caso di Gethen, si tratta di un antico esperimento genetico hainita, atto a creare un essere umano in cui coesistano i generi maschili e femminili. Ossia androgini. Non si può ritrovare una citazione più esplicita di Tao: ying e yang riuniti in un solo essere.

“— Conosci questo segno?☯ _ Lo guardò a lungo, con espressione strana, ma poi disse: — No. — Lo si è trovato sulla Terra, e su Hain-Davenant, e su Chiffewar. È yin e yang. La luce è la mano sinistra delle tenebre... era così il verso? Luce, tenebre. Paura, coraggio. Freddo, caldo. Femmina, maschio. Sei tu. Therem. Entrambi e uno. Un'ombra sulla neve.”

Il verso a cui si riferisce Genli Ai è:

‎> La luce è la mano sinistra delle tenebre
> E le tenebre la mano destra della luce.
> Due sono uno, vita e morte, e giacciono
> insieme come amanti in kemmer,
> come mani giunte,
> come la meta e la via.

E’ evidente quindi che il romanzo tratta di identità sessuale, in un modo inedito per l’anno 1969. Sarebbe tuttavia riduttivo ascrivere Ursula K. Le Guin a quella narrativa femminista tipica degli anni ‘70. L’autrice è sicuramente una donna che scrive narrativa, con uno stile e una sensibilità squisitamente femminili, ma non prettamente per un pubblico di donne o in spregio degli autori maschili. Una posizione per certi versi molto vicina a quella di Marion Zimmer Bradley.

Tale sensibilità e peculiarità si accresce di romanzo in romanzo. In “I reietti dell’altro pianeta” si ammira l’affresco originale di un sistema di pianeti gemelli divisi dall’ideologia. Il pianeta madre, Urras, è un mondo plurale di società e dottrine politiche diverse, simile al nostro mondo. Il pianeta gemello Anarres è invece colonizzato da dei seguaci di una dottrina anarco-socialista. Il romanzo a capitoli alterni mostra l’una e l’altra società, attraverso le vicende di un momentaneo esule. Tema non del tutto inedito, quest’ultimo, anzi di matrice antica e già trattato in testi fantascientifici, come nel classico “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley.

A questo punto la narrativa di Ursula K. Le Guin prende una piega del tutto personale. Dopo “Il mondo della foresta” e “La soglia”, giungono gli anni ‘80 e l’autrice si concentra su un’opera ambiziosa e originale: “Sempre la valle”, non un vero e proprio romanzo, ma una specie di trattato etnologico di una popolazione che vive nel remoto futuro post-post-apocalittico, in una valle sita nell’attuale California.

A questo punto abbandona la scrittura di genere fino agli anni ‘90, dove riprenderà il filo della saga di Earthsea e scriverà ulteriori racconti nell’ambientazione hainita, approfondendo i temi già presenti nelle opere precedenti, ma affinando il contenuto e lo stile che giunge sempre più a una vera e propria espressione artistica.

Il sentiero tracciato da Ursula K. Le Guin è stato seguito da pochi. La scrittrice Eleanor Arnason, considerata giustamente l’erede “morale” della Le Guin, incorpora elementi taoisti nel suo “Sigma Draconis”, citando esplicitamente i testi taoisti nel “manuale per primo contatto” in mano ai terresti protagonisti del libro. Pochi altri hanno saputo o voluto portare avanti l’eredità.

Probabilmente imbarazzati da quello che il taoismo rappresenta: “un modo di pensare, che è profondamente sovversivo e permanentemente anti-estabilishment.(fonte)


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Mi chiedo se la mia bibliomania in fondo non sia un effetto diretto di una cattiva abitudine della mia famiglia d'origine (come mi piace chiamarla per distinguerla da quella che ho formato con mia moglie e mia figlia).

In casa si è sempre letto tanto: ai tempi d'oro in cui non esistevano ancora gli e-book reader e si partiva per le vacanze estive, eravamo soliti preparare la “valigia dei libri”. Be'... immaginate tre persone di età variabile tra i 16 e i 60 anni, ognuno con una mezza dozzina di libri da leggere. Era l'unica soluzione pratica!

Il punto è che... i miei genitori mi hanno portato naturalmente ad amare la lettura (e questo è un bene), ma anche il possesso dell'oggetto libro (e questo è un male). Il mantra è sempre stato “no, ma è meglio comprarlo... così puoi leggerlo e rileggerlo quando vuoi e nei tempi che vuoi”. La diretta conseguenza di questo atteggiamento è stata una totale disabitudine a frequentare le biblioteche e al suo posto un'abitudine all'accumulo seriale di carta (che fosse “buona” o “cattiva” ora non entro nel merito).

Ancora peggio, non c'è mai stata l'abitudine a condividere libri, se non all'esterno del nucleo familiare. È vero che le poche volte che lo feci spontaneamente, quei poveri volumi mi tornarono con la costa a fisarmonica e gli angoli stondati... Ma questo rientra nella categoria “manie fantastiche e dove trovarle” e non penso vi interessi davvero.

E a corollario di questa malsana abitudine familiare, si aggiunge che [prendo un respiro forte] i libri non letti venivano buttati. No, dico sul serio. Nella raccolta differenziata “perché tanto non interessano a nessuno”. E sappiate che sono stato il primo a rompere almeno questo cerchio e a usare selvaggiamente il bookcrossing per dare nuova vita a quei poveri orfani.

Insomma, facciamola breve: io i libri li acquisto in quantità e mi ritrovo molto spesso a far prendere loro polvere nel nome del fantomatico “e se poi lo cerco e non lo trovo?”.

A maggio compio quarant'anni. Potete immaginare quanti libri ho acquistato, dato via, riacquistato o semplicemente accumulato. Ho una stanza due metri per due con cinquanta metri lineari di scaffali per conservare i libri, per Diana!.

Volente o nolente, è difficile uscire dalla mentalità del possesso. Ed è difficile “rompere il cerchio”.

Ora ho una figlia di due anni che, non so se per genetica o abitudine instradata, è molto propensa alla lettura. La sua piccola biblioteca (la vedo qui di fronte a me mentre scrivo) in questo ultimo anno ha già una consistenza di una ventina di volumi. Che è molto più di quello che io abbia mai posseduto fino ai miei dieci anni.

Con mia moglie (lei non è una lettrice forte, ma sta incoraggiando tantissimo la piccolina) ci siamo detti: diamo una buona educazione a questa bimba. Non c'è nulla di male ad avere i suoi libri preferiti, che può rileggere a piacimento. E vi assicuro che vuol dire rileggere lo stesso libro anche quattro volte di fila ogni giorno per una settimana, per poi accantonarlo e riprenderlo con lo stesso interesse due mesi dopo. Ma vogliamo anche che si abitui all'idea che il libro è un oggetto che merita rispetto per le storie che contiene, ma che può essere un bene condiviso. E che ci sono posti dove non solo ci sono molti più libri di quanti potremmo mai acquistarne e conservarne, ma che permettono di leggerli in loco, condividerli con altri bambini...

Sì, ovviamente parliamo di biblioteche. E Milano ne ha decine, mediamente fornite e alcune addirittura specializzate. Per esempio, abbiamo scoperto che la biblioteca rionale più vicina è dotata di un rinomato spazio bambini con una nutrita selezione (ho fatto un conto a colpo d'occhio... sono più dei libri per gli adulti) e un bellissimo spazio lettura dedicato solo a loro.

E così dopo più di dieci anni sono tornato in biblioteca. Le avevo frequentate molto quando ero rimasto senza lavoro al termine della mia collaborazione universitaria e mi ero fatto la tessera. Allora inforcavo la bici e andavo a “respirare l'aria degli scaffali”, per non stare tutto il tempo in angoscia per il lavoro non ancora trovato.

Ho scoperto che la mia tessera è ancora attiva (non l'avrei detto di questi tempi di utenze effimere, eppure perché avrebbe dovuto essere il contrario?) ed è stato emozionante prendere in prestito il primo volume per mia figlia (insieme ai saggi di Ursula Le Guin, perché vabbè... come si fa a resistere quando lo vedi nel bando novità?).

Ma l'emozione maggiore è stata vedere la felicità di una creaturina di due anni che sgambetta tra tavoli e rastrelliere e sceglie i libri da farsi leggere. Che si accoccola sulla sua seggiolina e ci ascolta rapita. Che impara a non litigarsi il volume con la bimba a fianco che l'aveva già preso in mano prima che arrivasse.

E poi ho scoperto che ci sono una quantità di iniziative dedicate ai piccoli e organizzate in loco... E c'è il gruppo di lettura per grandi al quale mia moglie e io stiamo considerando seriamente di partecipare per darci un obiettivo e riprendere un po' questo sano hobby.

Si frequentano troppo le librerie non solo come negozi, ma anche come spazi di aggregazione culturale. Si guardano troppo le locandine eventi di Librerie Mondadori e Feltrinelli e non si considera che in una grande città come la mia le biblioteche fanno quello che in realtà dovrebbero fare e hanno sempre fatto: non sono solo dei magazzini di libri da prendere in prestito, ma luoghi di ritrovo e diffusione culturale al servizio della comunità e nel quale la comunità può ritrovarsi e condividere.

Per me è un po' tardi... ripulire i miei pensieri e abitudini da una mentalità capitalista, borghese e individualista è una lotta continua contro la mia stessa educazione. Ci provo, la maggior parte delle volte fallisco, poi riprovo... E penso che continuerò così vita natural durante.

Io non so perché abbiamo questo valore del possesso accumulatore degli oggetti (non sono un ipocrita, ce l'ho eccome e non solo per i libri). Ma se posso dare una piccola sana abitudine a mia figlia e tentare di “spezzare il cerchio” almeno su una piccola cosa... sarei un educatore tremendo se non ci provassi.


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Sto leggendo un po' di narrativa giapponese “leggera”.

Sapete, roba dalle parti di Banana Yoshimoto per intenderci. Un'autrice che non leggo da più di vent'anni, che ha esaurito ogni argomento e attrattiva per me, anche se Kitchen resta comunque tra i miei libri preferiti.

Intendiamoci, non è che tutta la narrativa giapponese abbia quel gusto. Questo è un fraintendimento causato dalla predilezione di certi editori di pubblicare solo gli autori che propongo “il tipico sapore giapponese”, espressione che di per sé è svuotata di qualsiasi senso. Perché sapete... il Giappone è una Paese millenario, con sfaccettature molteplici che ovviamente si riversano nella sua letteratura/narrativa. Ce n'è davvero per tutti i gusti.

Qui da noi c'è un po' questa convinzione che “Giappone = storie delicate”, con i passetti sui tatami e le liceali ingenue che arrossiscono alla prima cotta del liceo.

Ma non ho alcuna intenzione di scardinare gli stereotipi, sarebbe una mossa ipocrita, dato che io stesso mi trovo a cercare qualcosa di “tipicamente giapponese” per assorbire una certa atmosfera. Che in qualche modo è veicolata dal loro modo di scrivere e presentare le storie, ma che in larga parte è una mia (nostra?) reinterpretazione all'occidentale. È una forma di orientalismo, inutile negarlo.

Comunque, venendo al punto: in questi giorni ho letto “I miei giorni alla libreria Morisaki” di Satoshi Yagisawa e quel “sapore delicato” l'ho trovato eccome. L'ho proprio cercato e gustato. Ne avevo bisogno per sbloccarmi, come lettore, da un lungo torpore che non sopportavo più.

Non ho molto da dire sul libro in sé, è una storia comune di una ragazza che ritrova sé stessa e il controllo della sua vita grazie al rifugio offerto dallo zio nella libreria di famiglia.

Quello che mi ha scatenato, a parte le vibrazioni positive, è una riflessione su un gioco di ruolo che sto scrivendo da qualche mese e sul quale non ho ancora risolto molti punti fondamentali. Il GDR è pensato per emulare gli “slice of life” giapponesi. Di cui questo libro fa parte.

Ed ecco che lì, mentre leggo della protagonista che ascolta il ticchettio della pioggia nel suo appartamento sopra la libreria... zot, un'epifania. Nel mio gioco manca completamente il “kigo”, una figura retorica tipica della poesia giapponese, ma che a mio avviso permea molte opere non poetica, usata per rappresentare la stagione in cui si svolge.

Che sciocco... che stupido... Uno dei punti fondamentali degli “spaccati di vita” è il loro essere ambientati in una stagionalità, il fatto che gli eventi prendano le mosse anche dal loro essere ambientati in una certa stagione. Non avrebbe senso “giocare” un Obon senza yukata e lanterne.

Ok, appunto mentale preso... mi sa che Sonata Synchronicity andrà riscritto ulteriomente


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Ho sempre apprezzato il concetto taoista di “utilità dell'inutile” espressa in questo passo del Chuang-Tzu (Zhuang-zi), uno dei testi fondamentali della filosofia mondiale:

Hui-Tzu disse a Chuang-Tzu: “I tuoi insegnamenti non hanno alcun valore pratico”. Chuang-Tzu allora rispose: “Solo coloro che conoscono il valore dell'inutile possono parlare di ciò che è utile. La terra che calpestiamo è immensa, ma questa immensità non ha valore pratico: l'unica cosa che serve per spostarci è lo spazio ricoperto dalla pianta dei nostri piedi. Supponiamo che uno perfori la terra su cui camminiamo, scavando una fossa così profonda da arrivare giù fino alla Fonte Gialla: avrebbero una qualche utilità i due pezzi di terreno su cui poggiano i nostri piedi?“.
Hui-Tzu rispose: “Effettivamente, sarebbero inutili”. E il maestro concluse: “Dunque, è evidente l'utilità dell'inutilità”.

Chuang Tzu ci dice anche che ciò che consideriamo “inutile” può avere un valore inaspettato. Pensiamo ad un albero vecchio e nodoso: per il falegname è inutile perché difficile da lavorare, ma proprio per questo motivo, l'albero continua a vivere la sua vita, ospitando uccelli e donando ombra. In questo, Chuang Tzu ci mostra che l'“inutilità” può essere una benedizione, una via per esistere in armonia con il Tao, il flusso naturale dell'universo.

Dall'altra parte, nella Roma antica, l'otium era il tempo libero dedicato alle attività intellettuali e allo sviluppo personale, contrapposto al negotium, ovvero le occupazioni quotidiane. L'otium non era considerato semplice ozio, ma un periodo fertile per la crescita personale, il riposo, la riflessione e la creatività. Questo concetto ci insegna l'importanza di ritagliarsi degli spazi nella vita non per fare “qualcosa di produttivo”, ma per coltivare noi stessi, le nostre passioni e la nostra interiorità.

Ora, volendo unire questi due concetti lontani nel tempo e nello spazio, pensiamo alla nostra vita frenetica, dove il valore di ogni azione è spesso misurato dalla sua produttività e prendiamoci un momento per apprezzare l'“inutile”.

Forse, quelle passeggiate senza meta, quei pomeriggi trascorsi a leggere per piacere, o quelle ore dedicate semplicemente a riflettere o meditare, non sono poi così inutili. In questi momenti, ci allineiamo al flusso naturale dell'esistenza, proprio come insegnato da Chuang Tzu, e nutriamo la nostra anima.

In un mondo che glorifica l'efficienza e la produttività, riscoprire l'“utilità dell'inutile” può essere una vera e propria forma di resistenza e di crescita personale. Non sottovalutiamo il potere di ciò che non produce risultati tangibili, ma che arricchisce la nostra vita interiore, aiutandoci a vivere più in armonia con noi stessi e con il mondo che ci circonda. Quindi, la prossima volta che ti sentirai “inutile”, ricorda che in quella “inutilità” può nascondersi il segreto per una vita più piena e armoniosa.


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Avete presente quel meme di Elrond che ricorda a Gandalf di come “era lì, tremila anni fa”, usato ironicamente per ricordare la propria millantata anzianità su alcuni fatti storici?

Ecco, io potrei dire che “ero lì, Gandalf” quando Geocities moriva e nascevano i blog. E poi quando nacquero MySpace e Facebook e spazzarono via un sogno, quello di un web come spazio di scambio libero e pressoché senza limiti.

Negli anni '90, Internet era una frontiera inesplorata, un luogo pulsante di creatività e libertà. Questo era il Web 1.0, un periodo che molti ricordano con nostalgia.

Geocities e il Web 1.0: Uno dei protagonisti di questo periodo era Geocities, un servizio che permetteva agli utenti di creare i propri siti web, come se fossero appezzamenti di terra in un vasto mondo digitale. Gli utenti di Geocities costruivano pagine web piene di gif animati, musica MIDI e sfondi sgargianti. Era un luogo dove la personalità e l'espressione individuale fiorivano. Anche se esteticamente discutibili, questi siti web rappresentavano l'essenza del Web 1.0: un ambiente digitale dominato dall'autoproduzione e dalla condivisione libera di contenuti.

L'Ascesa della Blogosfera: Col passare del tempo, si assistette alla nascita dei primi blog. Questi diari online hanno dato voce a milioni di persone. La blogosfera diventò un ecosistema fiorente, un luogo dove ogni persona poteva esprimere le proprie idee, condividere esperienze e conoscenze. I blog erano diversi dai tradizionali siti web: erano più personali, più focalizzati sul racconto continuo di storie ed esperienze. Attraverso i blog, persone ordinarie diventavano giornalisti, critici, narratori. Fu un'epoca d'oro per l'espressione personale su Internet.

L'Evoluzione verso il Web 2.0: Man mano che entravamo nei primi anni 2000, il web iniziò a evolversi nel cosiddetto Web 2.0. Questa era un'era definita dall'interattività e dalla partecipazione degli utenti. Siti come MySpace e poi Facebook e Twitter hanno cambiato il modo in cui interagivamo online. Se il Web 1.0 era caratterizzato dalla creazione di contenuti, il Web 2.0 era dominato dall'interazione sociale. Questi nuovi siti permettevano agli utenti di connettersi, condividere e interagire in modi che non erano mai stati possibili prima.

Centralizzazione e i Suoi Effetti: Tuttavia, con questa evoluzione vennero anche dei cambiamenti meno positivi. La centralizzazione divenne la norma. Giganti del web come Facebook e Twitter iniziarono a dominare, prendendo il controllo della maggior parte delle interazioni online. Questo portò a una perdita di privacy, a un aumento della censura e alla manipolazione tramite algoritmi progettati per massimizzare l'engagement e i profitti. La libertà e la creatività del Web 1.0 e l'individualismo della blogosfera iniziarono a svanire sotto il peso di queste grandi piattaforme.

Questo è il contesto in cui nasce il Fediverso. Una risposta alla centralizzazione, un ritorno alle radici di Internet, dove la comunità, la privacy, e la libertà di espressione sono al primo posto. Nel Fediverso, possiamo ritrovare lo spirito di Geocities, l'individualismo della blogosfera, e l'interattività del Web 2.0, ma in un ambiente più equo, sicuro e controllato dagli utenti. È un passo verso un futuro del web che riconquista lo spirito originale di Internet, e questo è ciò che rende il Fediverso così eccitante e fondamentale.

Il Fediverso, al contrario, ci riporta a quell'idea originale di internet: un luogo di libertà, diversità e controllo personale. Ecco perché è così cruciale per il futuro del web.

  1. Decentralizzazione e Controllo Personale: Nel Fediverso, non esiste un unico server centrale. Ogni istanza (o server) di Mastodon, ad esempio, ha le sue regole e la sua comunità, ma possono comunicare tra loro. Questo significa meno potere per le grandi corporazioni e più controllo per gli utenti.

  2. Privacy e Sicurezza: Senza un unico punto di controllo, diventa più difficile per gli attori maligni manipolare o censurare l'informazione. Gli utenti hanno una maggiore sicurezza nella gestione dei propri dati.

  3. Diversità e Inclusione: Il Fediverso celebra la diversità. Ci sono comunità per ogni interesse, lingua e cultura, permettendo una vera inclusione globale.

  4. Innovazione e Sperimentazione: Il Fediverso è un campo fertile per sperimentare nuove idee nel mondo del social networking, dal modo in cui interagiamo alla gestione dei contenuti.

Il Fediverso, quindi, non è solo una questione di tecnologia. È una visione, una filosofia su come dovrebbe essere il web: un luogo aperto, sicuro, inclusivo e in continua evoluzione. Ecco perché la sua esplorazione non è solo un viaggio tecnologico, ma anche un viaggio verso un futuro del web più sano e democratico.

Ecco perché ho dedicato tempo e passione a scrivere la “Breve introduzione a Mastodon e al Fediverso per profani e curiosi”. Questo lavoro rappresenta il mio tentativo di aprire e divulgare questi concetti affascinanti a un pubblico più ampio. Il mio obiettivo è chiarire, in maniera accessibile, perché il Fediverso merita la nostra attenzione e come possa rappresentare un'alternativa valida ai social network tradizionali.

La mia “Breve introduzione” è solo l'inizio di un progetto più ampio che ho in mente. Nei prossimi mesi, lavorerò a un'opera più organica e completa. Questo lavoro non si limiterà a spiegare in dettaglio cos'è il Fediverso e quali sono le sue implicazioni per il futuro di Internet, ma dedicherà anche un capitolo specifico a ciascuna delle maggiori piattaforme del Fediverso. In queste sezioni, esplorerò il funzionamento di base di ciascuna piattaforma, rendendo accessibili le loro caratteristiche uniche e la loro importanza all'interno di questo ecosistema digitale diversificato.

L'idea è di fornire una guida completa che sia una bussola per navigare in questo mare di possibilità, che aiuti i nuovi utenti a comprendere non solo come funzionano queste piattaforme, ma anche come possono arricchire la loro esperienza online e contribuire a un futuro del web più democratico e decentralizzato.

Vi invito quindi a seguirmi in questo viaggio esplorativo. Sarà un percorso illuminante, pieno di scoperte e di approfondimenti. Restate sintonizzati per questa avventura nel Fediverso, dove insieme esploreremo nuovi orizzonti digitali e ci addentreremo in un futuro del web forgiato dalla nostra collettiva curiosità e ingegno.


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Nel panorama caleidoscopico dei sottogeneri “punk” (ricordiamo gli illustri predecessori del cyberpunk, dello steampunk, del solarpunk, etc) emerge una nuova stella, audace e irriverente: lo “sticazzipunk”. Nato dalle profondità della cultura romanesca, questo genere prende il nome dall'espressione dialettale “sticazzi”, simbolo di un disinteresse eroico e di una indifferenza quasi zen. Ma cosa significa veramente immergersi nel mondo dello sticazzipunk? Preparatevi a un viaggio attraverso un genere che ride di tutto, ma con uno sguardo critico e acuto.

Il Protagonista Disilluso

Lo sticazzipunk ruota attorno a un eroe anticonvenzionale: il protagonista disilluso. Questo personaggio è l'incarnazione dello spirito “sticazzi”, un individuo che ha visto troppo, sa troppo, e, di conseguenza, non si cura più di niente. Questo non è il solito eroe che lotta per la giustizia o la libertà; piuttosto, è qualcuno che ha scelto di navigare nella vita con una leggerezza quasi anarchica, sfidando la serietà di un mondo troppo spesso oppressivo con un sorriso e un alzare di spalle.

Ironia Salace e Sboccata

Il linguaggio e l'umorismo sono pilastri del genere sticazzipunk. Qui, l'ironia è salace, diretta e senza filtri. Le battute sono taglienti, spesso al limite del politicamente corretto, e servono a smascherare l'assurdità delle convenzioni sociali e politiche. Questo genere non si tira indietro nel ridicolizzare tutto ciò che è pomposo o pretentamente serio, offrendo una narrazione che è tanto divertente quanto profondamente critica.

Un'ambientazione Urbana

Lo sticazzipunk si svolge in un contesto urbano, un luogo dove l'incontro e lo scontro di culture, classi sociali e ideologie creano un terreno fertile per l'indifferenza del nostro eroe. Le strade della città sono il palcoscenico su cui si svolge questo teatro dell'assurdo, dove i grattacieli graffiano il cielo e i vicoli oscuri nascondono segreti. In questo mondo urbano, la città stessa diventa un personaggio, un labirinto di storie e di vite dove il nostro protagonista si muove con disinvoltura e disinteresse.

Lo sticazzipunk è più di un semplice genere letterario; è un atteggiamento, una filosofia di vita che si confronta con il mondo in un modo unico. È un invito a non prendere tutto troppo sul serio, a guardare l'assurdità della vita e ridere, forse perché l'alternativa è piangere. In un'era di estremi, di lotte e di sfide, lo sticazzipunk offre una pausa, un momento per respirare e dire, con un sorriso: “Sticazzi!”


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L'innovazione tecnologica è in continua evoluzione, e un esempio recente è la decisione di Meta di rendere la sua app Threads compatibile con il Fediverso tramite l'adozione del protocollo ActivityPub. Threads, originariamente sviluppata come un'estensione di Instagram, è un palese tentativo di intercettare una fetta di utenza in fuga da X (ex Twitter) dopo il comportamento erratico dimostrato dal suo nuovo proprietario e CEO Elon Musk.

La scelta di Meta di integrare ActivityPub, un protocollo open source che facilita la comunicazione decentralizzata tra diverse piattaforme di social networking, in Threads ha destato notevole interesse. ActivityPub è un elemento chiave nell'ecosistema dei social network federati, supportando la visione di un web più aperto e interconnesso. L'adozione di questo protocollo da parte di un gigante come Meta, specialmente in un'app come Threads solleva questioni significative. Questa mossa rappresenta un vero impegno verso gli standard aperti e la decentralizzazione, oppure è l'inizio di una strategia più calcolata, potenzialmente in linea con lo scenario “Embrace, Extend, Extinguish” già osservato in altri contesti tecnologici? La risposta a questa domanda potrebbe avere implicazioni profonde per il futuro del web e dei social media.

Cos'è l'“Embrace, Extend,Extinguish”

La strategia “Embrace, Extend, Extinguish” rappresenta un modello di condotta aziendale che ha segnato profondamente il settore tecnologico. Questo approccio, adottato da grandi aziende per neutralizzare la concorrenza, si sviluppa in tre fasi chiave:

  1. Embrace (Abbracciare): L'azienda adotta un'innovazione o un prodotto del concorrente.
  2. Extend (Estendere): Modifica il prodotto con funzionalità proprietarie, spesso rendendolo incompatibile con gli standard esistenti.
  3. Extinguish (Eliminare): La concorrenza viene neutralizzata, rendendo il prodotto originario obsoleto o incompatibile.

Esempi storici di questa pratica includono le azioni di Microsoft e Google.

Microsoft e l'Adozione di HTML

Negli anni '90, Microsoft adottò l'HTML, il linguaggio base del web, e tentò di estenderlo con elementi proprietari. Questo sforzo mirava a deviare lo standard HTML verso una versione che funzionasse meglio con i prodotti Microsoft, minando la compatibilità con altre piattaforme. Parallelamente, Microsoft sviluppò ActiveX, una tecnologia destinata a soppiantare JavaScript. ActiveX doveva essere una soluzione più potente e flessibile, ma alla fine il tentativo fallì, principalmente a causa di problemi di sicurezza e di mancata adozione da parte di altri attori del mercato. La persistenza di JavaScript e l'adesione agli standard web aperti hanno impedito a Microsoft di monopolizzare questo aspetto fondamentale della tecnologia web.

Google e XMPP

Google ha adottato una tattica simile con l'introduzione di Google Talk, il suo servizio di messaggistica istantanea. Google Talk si basava su XMPP (Extensible Messaging and Presence Protocol), un protocollo open standard per la messaggistica istantanea. XMPP era significativo perché prometteva interoperabilità tra diverse reti di messaggistica, un concetto rivoluzionario all'epoca. Tuttavia, quando Google ha iniziato ad estendere Google Talk con funzionalità proprietarie, ha gradualmente abbandonato il supporto per XMPP, limitando la sua interoperabilità con altri servizi. Questo ha effettivamente messo fine all'uso diffuso di XMPP, riducendo la sua rilevanza e favorendo l'ascesa di servizi di messaggistica chiusi e proprietari.

Conseguenze dell'“Embrace, Extend, Extinguish”

Questi esempi illustrano come la strategia “Embrace/Extend/Extinguish” possa avere un impatto profondo sullo sviluppo e sull'adozione di tecnologie aperte. Quando una grande azienda tecnologica adotta uno standard aperto ma poi cerca di modificarlo per i propri fini, ciò può portare a un monopolio di fatto, soffocare l'innovazione e limitare la scelta dei consumatori. Inoltre, la dipendenza da tecnologie proprietarie può ostacolare l'interoperabilità e la collaborazione tra diverse piattaforme e servizi.

Lezioni per il Futuro

Questi casi storici sono fondamentali per comprendere le dinamiche correnti nel settore tecnologico, in particolare riguardo all'adozione di standard aperti da parte di grandi aziende come Meta. È importante che la comunità tech rimanga vigile e si impegna a proteggere gli standard aperti per assicurare un ecosistema tecnologico equilibrato e innovativo.

Precedenti di Meta

Meta, precedentemente conosciuta come Facebook, ha un curriculum notevole in termini di acquisizioni e integrazioni strategiche. La sua storia è costellata di acquisizioni aggressive di aziende come Instagram, WhatsApp e Oculus, volte a rafforzare la sua posizione nel mercato e a neutralizzare potenziali rivali. Inoltre, Meta ha mostrato una certa propensione a copiare o adattare funzionalità popolari di concorrenti emergenti, come evidenziato dai suoi tentativi di emulare funzioni chiave di TikTok. Questo pattern di comportamento ha sollevato timori riguardo alla sua tendenza a consolidare il potere e ad esercitare un'influenza eccessiva sul mercato tecnologico.

I rischi per ActivityPub

Con l'introduzione di Thread, sorgono domande legittime: Meta cercherà di manipolare il protocollo ActivityPub per i propri fini? Ci sono preoccupazioni concrete che Meta possa modificare ActivityPub per legarlo più strettamente ai suoi servizi, oppure che possa rendere Thread incompatibile con altri client ActivityPub. Ciò porterebbe a un monopolio di fatto, limitando la libertà e l'innovazione nel campo degli standard aperti. Questo non solo soffocherebbe la concorrenza, ma potrebbe anche avere impatti negativi sull'intero ecosistema dei social network decentralizzati.

Conclusioni: La Difesa degli Standard Aperti

Il futuro di ActivityPub e dell'intero ecosistema dei social network federati potrebbe dipendere dalla reazione della comunità open source e degli enti regolatori. È essenziale che la comunità rimanga vigile sulle azioni di Meta, assicurando che la concorrenza e l'interoperabilità restino aspetti fondamentali del settore. La storia ci insegna che la difesa degli standard aperti è cruciale per un ecosistema digitale equilibrato e innovativo. Le sfide sono grandi, ma la comunità tecnologica ha sempre mostrato la capacità di affrontare e superare ostacoli simili. In questo contesto, è fondamentale un impegno collettivo per preservare la natura aperta e collaborativa di tecnologie come ActivityPub, garantendo così un futuro tecnologico più equo e aperto a tutti.


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L'anemoia è un termine relativamente nuovo che descrive un sentimento universale: la nostalgia per un'epoca che non abbiamo vissuto personalmente. Si tratta di provare rimpianto e malinconia per decenni o periodi storici dei quali abbiamo solo un'idea romantica, ma nessuna esperienza diretta. Per me, questa sensazione è iniziata da bambino, quando guardavo con curiosità le vecchie fotografie in bianco e nero della mia famiglia. Immaginavo come sarebbe stato vivere in quegli anni lontani, con quella moda vintage, quello stile di vita. Provavo una sorta di nostalgia per quel mondo che non avevo mai conosciuto, se non attraverso i racconti nostalgici dei miei nonni e genitori. Crescendo, questo sentimento si è evolve in una vera e propria anemoia, un desiderio romantico di aver vissuto in decenni precedenti alla mia nascita. È una nostalgia per luoghi, tempi e culture che posso solo immaginare, ma con cui sento una strana affinità, come se la mia anima vi appartenesse.

La mia anemoia per gli anni '20

Tra tutte le epoche passate, forse gli anni ‘20 del secolo scorso sono quelli che esercitano maggiormente su di me quel sentimento anemoico. L'estetica art déco, i party sfrenati, la spensieratezza euforica prima della grande depressione creano un'aura di fascino decadente che mi attira molto. Immagino me stesso con un abito elegante, mentre ballo il charleston sfrenato in un locale fumoso, circondato da paillettes e piume. Mi affascina l'idea della moda androgina, delle donne emancipate di quel tempo. Anche la letteratura e la poesia, con autori come Fitzgerald, Hemingway ed Eliot, evocano perfettamente quell'epoca perduta che sento così vicina e nostalgica. Gli anni '20 rappresentano nella mia immaginazione un periodo di grande fermento artistico e culturale, di cui avrei tanto desiderato far parte. Quell'atmosfera vivace, eccentrica e al contempo malinconica che aleggiava nell'aria mi attira irresistibilmente. È come se la mia anima appartenesse più a quegli anni ruggenti che al mio tempo presente.

La mia anemoia per gli anni '70

Gli anni '70 esercitano su di me un richiamo nostalgico irresistibile. Quello stile di vita, quella musica evocano un decennio che affascina la mia immaginazione. Adoro il sound melodico ed armonioso di gruppi come gli Eagles, America, Led Zeppelin e Pink Floyd. Le loro canzoni mi trasportano immediatamente negli anni '70. Mi attira l'idea di un mondo diverso, più libero, in cui era possibile viaggiare on the road senza troppe preoccupazioni. Fantastico di salire su una macchina con gli amici e girare gli Stati Uniti ascoltando quei favolosi brani, sentendomi parte di quell'epoca. Spesso mi ritrovo ad immaginare di partecipare ai grandi festival rock di quegli anni, con i jeans a zampa, la giacca di pelle e i lunghi capelli mossi dal vento, immergendomi totalmente in quell'atmosfera vintage. Gli anni '70 rimangono nella mia mente la rappresentazione di un periodo di grande libertà e di sfrenata passione per il rock, di cui provo profonda nostalgia.

La mia anemoia per gli anni '80

Gli anni '80 hanno un fascino retrò che mi attira moltissimo, anche perché ne ho vissuto la coda, ma non sono riuscito a godermeli appieno. È una decade piena di colori shocking, musica dance, moda esagerata. Un periodo di edonismo e spensieratezza che mi affascina, nonostante io non l'abbia realmente vissuto. Adoro guardare i film cult di quegli anni, come la trilogia di John Hughes con Molly Ringwald, che raccontano le tipiche storie adolescenziali di quel periodo. Mi ritrovo spesso a canticchiare le hit di Madonna, Cyndi Lauper, Duran Duran, sentendomi proiettata in quegli anni grazie alla musica. La moda di quegli anni, con i jeans a vita alta, le spalline imbottite, i leggins colorati, ha uno stile divertente e nostalgico che mi attira. Da bambino passavo ore a guardare i vecchi vinili e le foto degli anni '80 della mia famiglia, immaginandomi di vivere in quell'epoca, con quell'estetica pop e quella spensieratezza. Ricordo che da piccolo adoravo anche giocare con i vecchi giochi in scatola, come il Gioco dell'Oca, il Monopoli e oscuri giochi come Samarcanda. Li trovavo vintage e affascinanti. Anche guardare i cartoni animati che era usciti poco prima che nascessi, come Lady Oscar e Pollon, mi trasportava idealmente in quegli anni. Provo ancora oggi quella nostalgia per una decade che ho vissuto solo in parte ma che sento vicina, grazie anche ai suoi prodotti dell'immaginario come giochi e cartoni che ho scoperto da piccolo.

Conclusione

L'anemoia è un sentimento complesso ma profondamente umano. Rappresenta quella nostalgia romantica verso epoche che non abbiamo vissuto, ma che idealizziamo nella nostra immaginazione. È importante accettare il presente così com'è, apprezzando i benefici del nostro tempo. Eppure, quella malinconia per decenni passati, per mode e culture del passato, crea una certa magia nella mente di molti. L'anemoia ci permette di viaggiare mentalmente in epoche lontane, diverse dalla nostra, evocando ricordi collettivi ai quali sentiamo di appartenere in qualche modo. In definitiva, provare anemoia è perfettamente naturale e umano. Ci ricorda il fascino intramontabile del vintage, la bellezza della nostalgia, la possibilità di evadere con la mente in tempi che immaginiamo romantici e speciali. È una dolce malinconia che in fondo possiamo portare con noi, come un bagaglio di sogni e fantasie retro


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