Quando la cattiva narrativa uccide i lupi: disinformazione letteraria e declassamento della protezione
Come un libro spacciato per divulgazione naturalistica perpetua miti dannosi nel momento più delicato per la conservazione del lupo in Italia
Ho chiuso “Il ritorno del lupo” di Aimé Maquignaz con una sensazione che va oltre la delusione letteraria: rabbia. Non la frustrazione per un libro mal scritto o noioso, ma l'indignazione di fronte a un'opera che mina attivamente la conservazione di una specie nel momento più delicato della sua storia recente in Italia.
Nel gennaio 2026, il governo italiano ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che recepisce l'abbassamento dello stato di protezione del lupo da “rigorosamente protetto” a “protetto”. Questo declassamento, entrato in vigore a marzo 2025 dopo la modifica della Convenzione di Berna, consente ora fino a 160 abbattimenti annuali sui circa 3.500 lupi presenti sul territorio nazionale. Le associazioni ambientaliste — WWF, ENPA, LAV, LNDC Animal Protection — denunciano all'unisono “la mancanza di fondamenti scientifici” a sostegno di questa decisione.
In questo contesto, libri come quello di Maquignaz non sono innocui vaniloqui: sono munizioni per chi vuole giustificare l'abbattimento attraverso la paura e la disinformazione.
Le bugie che uccidono
Maquignaz, ex sindaco di Valtournenche e albergatore valdostano, confeziona nel suo libro (Edizioni Piemme, 2022) un mix tossico di folklore, miti smentiti e pericolose falsità etologiche. Tre esempi bastano a certificare il disastro:
Un lupo che uccide due uomini. Gli attacchi predatori di lupi su umani adulti sani in epoca moderna sono eventi rarissimi, documentati e studiati in letteratura scientifica. Presentarli come episodi normali o credibili alimenta esattamente l'isteria anti-lupo che il ministro dell'Agricoltura Lollobrigida ha cavalcato per sostenere il declassamento, parlando di “migliorare la coesistenza con l'essere umano” quando i dati ISPRA mostrano una popolazione stabile e non in espansione incontrollata.
Un lupo selvatico che si fa sfamare ripetutamente da un umano e torna a fargli visita. Questa narrazione nega l'etologia di base del Canis lupus, animale elusivo che evita sistematicamente il contatto umano. Un lupo che si comporta così o è malato (rabbia, cimurro), o è stato illegalmente semi-addomesticato (reato), o — più probabilmente — è un'invenzione romanzata. Questo tipo di racconto produce due danni: crea aspettative irrealistiche di “amicizia” con la fauna selvatica (pericolosa per uomo e animale), e fornisce pretesti per abbattere lupi “confidenti” quando inevitabilmente la realtà contraddice la favola.
I lupi che ululano alla luna. Il mito più stantio del canone lupesco, smentito da decenni di ricerca etologica. I lupi ululano per comunicazione sociale — coesione del branco, marcatura territoriale, richiamo — indipendentemente dalle fasi lunari. Che questo finisca in un libro del 2022 spacciato per divulgazione è malpractice informativa.
Narrativa vs. propaganda: una distinzione necessaria
Non ho problemi con la narrativa sul lupo. Ho apprezzato profondamente “La luna è dei lupi” di Claudia Festa, un romanzo che intreccia finzione e realtà rispettando l'etologia dell'animale. La narrativa può e deve educare attraverso la storia, può commuovere e coinvolgere emotivamente il lettore, ma deve farlo partendo da una base di correttezza scientifica.
Maquignaz non fa narrativa: fa propaganda travestita da nature writing. Con la prefazione di Mauro Corona (altro montanaro-narratore folkloristico), il libro si posiziona ambiguamente tra saggio divulgativo e racconto personale, sfruttando l'autorevolezza del primo per veicolare le falsità del secondo.
Il problema strutturale del libro è la sua confusione programmatica: salta dalla Mongolia al Cervino, mischia folklore, fiabe, miti, superstizioni e aneddoti personali senza una struttura coerente. Include racconti come quello di “Ayak, Maya e del loro figlio Lupetto” che suonano come favole new-age, mentre l'autore si presenta come esperto locale che “vede negli occhi del lupo la luce dell'universo”. È spiritualismo alpino mascherato da documentazione naturalistica.
Il contesto politico: disinformazione istituzionale
Il declassamento del lupo non è avvenuto nel vuoto. È il risultato di una campagna orchestrata che ha sfruttato sistematicamente la disinformazione per costruire consenso attorno all'abbattimento.
Il ministro Lollobrigida ha celebrato pubblicamente l'approvazione del declassamento da parte del Comitato Permanente della Convenzione di Berna nel dicembre 2024, dichiarandola “una grande notizia” e sottolineando “il miglioramento dello stato di conservazione del predatore”. Ma questo “miglioramento” è proprio il motivo per cui la specie dovrebbe restare protetta: il successo della conservazione non giustifica l'abbattimento, lo vieta.
Il “Decreto Montagna”, approvato dal Senato nel settembre 2025, include all'articolo 13 la possibilità di abbattimento controllato attraverso piani triennali, giustificati dalla necessità di “contenimento” della popolazione. Ma contenimento di cosa? I 3.300-3.500 lupi stimati in Italia occupano la quasi totalità degli ambienti idonei nella penisola — la popolazione è stabile, non in espansione esponenziale.
La retorica governativa ha sistematicamente enfatizzato i “conflitti con le attività agricole o zootecniche” senza investire adeguatamente in misure di prevenzione (recinti elettrificati, cani da guardiania, sistemi di indennizzo rapidi ed efficaci). È più facile abbattere che educare, più conveniente politicamente sparare che spiegare.
La narrativa come campo di battaglia
Qui entra in gioco la responsabilità degli scrittori e degli editori. Quando un libro come quello di Maquignaz perpetua il mito del lupo-killer accanto al mito del lupo-amico, non sta semplicemente producendo cattiva letteratura: sta contaminando il discorso pubblico.
Immaginate un lettore medio — non ecologo, non biologo, magari allevatore di pecore in Abruzzo o agricoltore in Lessinia — che legge questo libro. Cosa impara? Che i lupi uccidono uomini, che sono imprevedibili (ora assassini, ora mansueti), che ululano alla luna come nei film dell'orrore. Questo lettore andrà poi a una riunione comunale dove si discute di abbattimenti selettivi. Come voterà? Come reagirà quando le associazioni ambientaliste diranno “i lupi non sono pericolosi per l'uomo”?
La cattiva narrativa naturalistica produce elettori disinformati, e gli elettori disinformati producono politiche disastrose.
Il silenzio critico complice
“Il ritorno del lupo” ha un rating mediocre di 3.17/5 su appena 12 recensioni su Goodreads. Online trovi quasi solo comunicati stampa dell'editore e recensioni celebrative senza sostanza critica. Questo silenzio è eloquente: il libro è passato inosservato nel dibattito serio sulla conservazione, ma circola comunque, venduto nelle librerie di montagna, regalato ai turisti curiosi, citato da chi cerca conferme ai propri pregiudizi.
Edizioni Piemme, marchio del gruppo Mondadori, ha pubblicato questo libro senza fact-checking scientifico adeguato. Non c'è nessun biologo o ecologo tra i consulenti editoriali, nessuna nota che distingua fiction da documentazione. È negligenza editoriale mascherata da libertà narrativa.
Cosa possiamo fare
Primo: smettere di essere tolleranti con la disinformazione spacciata per divulgazione. Un libro che contiene falsità etologiche non è “un'altra prospettiva”: è un errore, e va segnalato come tale.
Secondo: esigere standard minimi di accuratezza scientifica nei libri di natura. Se un romanzo storico deve rispettare le date delle battaglie, un libro sul lupo deve rispettare l'etologia del lupo.
Terzo: amplificare le voci competenti. Esistono biologi, ecologi, veterinari che studiano il lupo da decenni. Sono loro che dovrebbero scrivere i libri, o almeno revisionarli prima della pubblicazione.
Quarto: opporsi pubblicamente e legalmente agli abbattimenti. Le associazioni ambientaliste hanno già annunciato contenziosi contro le Regioni che interpreteranno il declassamento come “licenza di uccidere”. Sostenetele.
Quinto: recensire onestamente. Se leggete libri come quello di Maquignaz, dite cosa non va. I lettori meritano di sapere cosa stanno comprando. La disinformazione prospera nel silenzio.
Conclusione: l'ecologia della verità
Il lupo in Italia ha rischiato l'estinzione negli anni '70, ridotto a circa 100 esemplari. Il suo recupero è una delle storie di conservazione di maggior successo in Europa. Questa popolazione di 3.500 individui è un patrimonio ecologico insostituibile, un regolatore naturale delle popolazioni di ungulati, un indicatore della salute degli ecosistemi montani.
Perdere questo risultato per paura, ignoranza, o convenienza politica sarebbe una tragedia. E sarebbe anche colpa di chi ha scritto, pubblicato, e diffuso cattiva informazione mascherata da letteratura naturalistica.
“Il ritorno del lupo” di Maquignaz non è solo un brutto libro. È un libro dannoso, pubblicato nel momento sbagliato, che mina la conservazione nel momento più delicato.
I lettori devono essere informati. Gli editori devono essere responsabili. E gli scrittori devono ricordare che le parole hanno conseguenze: anche per chi non può leggerle, ma potrebbe morirne.
Se questo articolo ti ha fatto riflettere, condividilo. La verità sull'ecologia del lupo deve circolare tanto quanto le bugie che la minacciano.
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